Alberto Oliva e Luigi Pirandello | Gocce di spettacolo

Alberto Oliva e Luigi Pirandello

Intervista ad Alberto Oliva, regista e responsabile delle giornate pirendelliane che, oggi, ci racconta Pirendello e non solo.

Alberto sei responsabile di un progetto annuale per le giornate pirandelliane curate da Educarte. Quanto è attuale Pirandello oggi?

Ricordo una bella intervista in cui Ronconi parlava dei classici dicendo che cercare la loro attualità è “un torto alla complessità dell’oggi”. Ridurre lo spessore di un testo classico all’attualità non è possibile, ma è estremamente appassionante percepire come alcune dinamiche umane resistano nel tempo, attraverso le epoche, le convenzioni sociali, le mode, gli usi e le abitudini. Pirandello è un autore per noi molto difficile da portare in scena, perché è troppo vicino per essere già un “classico” nel senso in cui lo sono Shakespeare o Euripide, che appartengono a epoche completamente diverse dalla nostra e a linguaggi teatrali diversissimi e quindi liberamente modellabili per avvicinarli a noi. Ma è abbastanza lontano da noi perché appartiene a una società borghese prigioniera di restrizioni, caratteristiche e regole che noi non sentiamo più vincolanti. Quindi trovare in Pirandello la sua universalità richiede uno sforzo di immaginazione e di immedesimazione maggiori che in altri casi. La sua forza estrema sta nell’analisi sul doppio, sulla maschera e sull’ipocrisia, in cui veramente è imbattibile.

Cosa si prova a portare in scena classici senza tempo?

A me piace tantissimo, perché mi sento meno solo al mondo e meno incapace di decifrare le regole di questo strano gioco che è la vita. Portando in scena personaggi di altri tempi ti accorgi di come l’uomo sia sempre l’uomo. E allora riduci drasticamente tutti i problemi contingenti, che diventano parentesi storiche dentro a dinamiche molto più universali. E soprattutto scopri che non viviamo nella migliore delle epoche possibili, ma nemmeno nella peggiore, perché tutto è meravigliosamente relativo e cangiante. E’ una grande libertà concessa a noi teatranti quella di poter viaggiare nel tempo con tanta disinvoltura!

Sei anche regista del Fu Mattia Pascal. Sei fedele al testo oppure hai modificato qualcosa?

Essendo un romanzo, ovviamente con Mino Manni abbiamo curato un adattamento che molto cambia rispetto all’originale, perché si tratta di ridurre un’opera letteraria a un dramma teatrale. A parte questo, però, abbiamo cercato di essere fedeli allo spirito dell’opera, lavorando poi sul linguaggio del teatro delle ombre per raccontare tutta la prima vita del protagonista, che è diventata un veloce e divertente spettacolo di teatro d’ombre, in cui poi il telo di proiezione si squarcia e da lì comincia la nuova di Mattia Pascal, in carne, ossa e linguaggio pirandelliano doc.

 

Il testo riflette sull’identità personale. Oggi, si parla spesso di “identità nazionale”. Come coniughi le cose?

Per me, da italiano nato dopo la caduta del Muro di Berlino e la fine delle ideologie, il patriottismo non è mai stato un valore così importante. Credo molto di più nell’identità personale e mi piace confrontarmi con le persone, non con le provenienze geografiche, in un’ottica di ibridazione e mescolanza che può fare bene a tutti.

 

Tra le opere di Pirandello alla quale sei più legato?

I Giganti della Montagna, meravigliosa allegoria del conflitto tra arte e potere. Kolossal teatrale e banco di prova dei massimi registi italiani, chissà che un giorno non ci siano le condizioni per potermi cimentare anche io. Adesso, però, sono felice di intraprendere un lavoro di un anno su “L’uomo, la Bestia e La virtù”, capolavoro giovanile dell’autore e grande opportunità per riflettere sull’ipocrisia che sempre governa molte delle nostre azioni, grazie al progetto che Daniele Geltrudi e Danilo Menato di Educarte mi hanno chiesto di curare, in memoria di Delia Cajelli.

 

Quale secondo te racconta meglio il suo pensiero oggi?

Il suo pensiero si racconta sempre, in tutte le sue opere, a patto di riuscire a farlo emergere attraverso il forte filtro delle convenzioni sociali borghesi di cui i suoi testi, soprattutto quelli teatrali, sono intrisi. Credo che sia sempre necessario, per tutti i suoi testi, un lavoro di adattamento, una specie di “restauro” non conservativo, che tolga la polvere e faccia risplendere le parole e i personaggi al di fuori di alcuni schemi che altrimenti lo appesantiscono.

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