Shi Yang Shi tra Italia e Cina, tra spettacolo e cultura | Gocce di spettacolo

Shi Yang Shi tra Italia e Cina, tra spettacolo e cultura

Shi Yang Shi, autore e attore, ci racconta del suo romanzo autobiografico edito dalla Mondadori dal titolo “Cuore di seta: La mia storia italiana made in China” e dei prossimi progetti

Shi ci racconti del tuo libro?

Certo! E’ il primo libro autobiografico scritto da un cinese d’Italia ed è la mia opera prima. Mondadori ha creduto in me e mi ha chiesto di raccontarmi, per dare un punto di riferimento alle seconde generazioni tutte, ma anche ai giovani “italiani italiani”, quelli autoctoni e abbiamo affrontato anche la delicata questione della sessualità.
Rispetto allo spettacolo “ArleChino: traduttore e traditore di due padroni”, che pure rielabora la mia identità duale di un cittadino italiano d’origine cinese, è più intimo e concentrato nel racconto dell’infanzia in Cina e dell’adolescenza in Italia, fino a toccare brevemente l’età adulta.

La comunità cinese in Italia come vive, com’è accolta?

Basta guardare nei tanti bar e dei vari servizi commerciali oggi per renderti conto come la faccia dell’Italia in particolare in questo settore sia “made in China”. E’ una domanda piuttosto ampia per poter rispondere in questo contesto, ma se mi chiedi se è integrata bene e se vedo possibile la convivenza pacifica tra italiani e cinesi, ti direi che sono abbastanza ottimista, purché ci sia un accompagnamento sociale e politico culturale delle seconde generazioni d’origine cinese verso la presa di una maggiore responsabilità. Vedi, molti italiani dicono che i cinesi in Italia sono chiusi, ma vorrei ricordare che forse lo sono state le prime generazioni ma a parte il fatto che dipende di quale città italiana parliamo, le seconde generazioni di cinesi nati o cresciuti in Italia sono indiscutibilmente un collante positivo, purché accompagnate! Intendo dire che debbano ricevere più attenzione dal sistema politico e culturale di questo paese, a partire da un profondo ascolto verso di loro e dal racconto a loro di quello che è stata l’Italia, della sua storia e della sua evoluzione.

Come mai hai deciso di raccontare questa storia?

Perchè ho accettato di mettere in piazza così a nudo la storia della mia vita, pur conservando dei segreti che non era il caso di condividere. Ho pensato, in quel periodo (fine 2016 e inizio 2017 ) quando ancora molto caldo per via dei kamikaze in Occidente, di cui diversi casi di seconde generazioni non cinesi ma arabe, che avrei dovuto prendermi questa quota di responsabilità nel tracciare un percorso fatto di resilienza nonostante le avversità e dare un messaggio positivo rispetto all’integrazione, in un contesto di apparente guerre d’identità ideologiche. Durante la scrittura mi sono accorto che era necessario anche per me capire attraverso il racconto esattamente dove possa io stesso appoggiare la mia speranza per questo Paese.

Ci sono delle tradizioni cinesi che vorresti raccontare e tramandare?

Certo. Già l’ho raccontato. Il pezzo dei ravioli senz’altro ne è un esempio. Nel libro c’è tutto un capitolo in cui rimpiango quelli della mia nonna paterna ( Nainai ) nel rito domenicale della famiglia allargata in Cina. Oggi questo rito è finito da tempo ma il ricordo accende il desiderio di riprovarci, magari un giorno, con una nuova famiglia allagata e arcobaleno, perché no! Un altra tradizione è il consulto dell’ I Ching, il libro dei Mutalmenti, l’oracolo cinese su cui è basato il pensiero taoista. Di questo non ne ho parlato nel libro, ma l’ho imparato dalla mia maestra di teatro Marina Spreafico qui in Italia e penso di continuare a consultarlo per molto tempo.

Spesso, il sentire comune, porta a dire che i cinesi lavorano e basta, che non muoiono mai, che non sono “contabili”, un popolo a volte di sfruttatori. Come rispondi?

Chiami per “sentire comune” in realtà degli “stereotipi”. E quelli esistono per gli italiani verso i cinesi come dai cinesi d’Italia verso gli italiani. Nell’ArleChino per esempio, il finale è pieno di invettive dei due fondamentalisti uno contro l’altro. Quelli italiani li hai parzialmente citati, quelli cinesi te li dico io: “gli italiani sono sfaticati. Gli italiani arrivano sempre in ritardo. Gli italiani non hanno futuro perché sono un popolo decadente. “ Sono frasi registrate in 7 anni di teatro indipendente Compost Prato quando seguendo Cristina Pezzoli mi sono trovato tramite e testimone in mezzo a fuochi incrociati. Rispondo con i miei prodotti culturali e artistici, dove la gente tutta, non solo cinesi e itailani, possa specchiarsi attraverso la mia storia, e banalmente ritrovarsi, fragili ma più uniti o per lo meno vicini.
Vorrei ancora aggiungere che rispetto allo sfruttamento si apre tutto un capitolo di ragionamento. Non è schiavitù ciò che osserviamo ma autosfruttamento, comune a molti immigrati, non ultimi gli stessi italiani che abbandonarono l’Italia in tempi non così remoti. Le regole del welfare stanno cambiando e credo bisogna ricalibrare i diritti e i doveri nel nuovo contesto. La responsabilità dei 7 operai cinesi morti nel rogo dentro il laboratorio di Prato è sia dei proprietari italiani dell’immobile sia dei titolari cinesi. Ma quanta responsabilità ne hanno loro stessi che hanno accettato di autosfruttarsi fino a rischiare di perdere la vita e quanta ne ha l’intero sistema del pronto moda che in alto vede i grandi marchi e in basso vede noi consumatori di prodotti a basso prezzo?

Altri progetti?

Uno certamente. “Top secret” si chiama. Scherzo. Posso solo anticiparti che racconterò di amore…

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