Claudia Vismara: «Viviamo ancora in un mondo profondamente maschilista» | Gocce di spettacolo

Claudia Vismara: «Viviamo ancora in un mondo profondamente maschilista»

Claudia Vismara, attualmente in Rai con la fiction anni ’50 “Il paradiso della signore”, interpreta Elsa Tadini, una giovane combattiva, femminista, colta. Alla fine troverà l’amore? Claudia ci svela qualche particolare della fiction senza dimenticare l’attuale codizione della donna in Italia.

Claudia ci racconti del tuo personaggio ne “Il paradiso delle signore”?

Elsa Tadini è una giovane donna di 27 anni, emancipata e carismatica. Laureata in architettura, una delle poche donne laureate di quegli anni, lavora all’interno del team dei creativi de “Il paradiso delle signore”, a fianco di Vittorio Conti e Roberto Landi. È una donna estremamente moderna per la sua epoca, sceglie per se una vita dedita al lavoro e alla carriera, e si rifiuta categoricamente di abbandonare le sue ambizioni per aderire ai ruoli di moglie e di madre, d’obbligo in quegli anni. L’abbiamo vista pagare da bere per un ragazzo al bar Milano una sera, affrontare la polizia per il diritto di indossare un bikini senza per questo offendere la morale pubblica, combattere contro il maschilismo imperante degli slogan pubblicitari dell’epoca… Tutte battaglie che ai nostri giorni ci sembrano banali e scontate, ma che non lo erano affatto nel 1956. Le sue sono scelte difficili, coraggiose, che le costano anche una certa solitudine, ma che anticipano tutta la corrente “femminista” che sarà protagonista qualche anno più tardi. È un personaggio che ho amato molto, e per alcuni aspetti devo dire mi assomiglia! Ovviamente anche lei nel corso della serie si innamorerà di qualcuno, ma di chi lo lascio scoprire a voi di puntata in puntata…

 

Com’è vivere l’atmosfera anni ’50?

È stato meraviglioso. Quando ho saputo di essere stata presa ho fatto i salti di gioia. Per un attore avere la possibilità di girare un film o una fiction d’epoca è qualcosa di fantastico: gli abiti, le capigliature, il trucco, le scenografie, tutto immediatamente ti porta molto lontano da ciò che è il tuo mondo e ti da la possibilità di trasformarti davvero in qualcosa di diverso da te. Per quanto riguarda la moda credo che gli anni ’50 siano stati il massimo della femminilità e della sensualità, e devo dire che è stato un piacere immenso poter indossare quegli abiti (alcuni erano davvero originali di quegli anni); era un po’ come tornare bambina e provarsi i vestiti della mamma, e guardarsi con un sorriso furbetto e compiaciuto allo specchio.

Ambientazione un po’ retrò ma di successo. Già in poche puntate la fiction ha ottenuto buoni risultati. Qual’è la chiave del successo?

Tutti ci dicono che la chiave del successo de “Il Paradiso delle signore” sta proprio nella sua spontaneità e ne sono profondamente convinta anch’io. Parla un linguaggio semplice, universale, e ripercorre un’epoca nella quale diverse generazioni si possono riconoscere, da quella dei miei nonni a quella dei miei genitori. Buona parte del pubblico si ricorda di quegli anni, gli anni del dopoguerra, del miracolo economico italiano, dei primi elettrodomestici; si ricorda del sapore retrò che avevano gli incontri, i bar, gli appuntamenti, di cosa significava cercare “moglie” o “marito”, o lasciare tutto e andare alla ricerca di un futuro migliore a Milano, la gran Milàn!, la mia città. Inoltre questa fiction vanta un bellissimo cast, talenti giovani e meno giovani, ma comunque freschi, capaci, dei veri professionisti coi quali è stato molto stimolante lavorare, e una grande squadra tra regia e reparti. E il risultato si vede.

L’emancipazione femminile è la tua battaglia nella fiction. Andiamo ai giorni nostri. Quanto ancora c’è da fare per arrivare ad una completa parità di diritti, ad una vera emancipazione dove le donne non vengano ghettizzate sul lavoro perché sono delle madri?

La strada è ancora lunga, anche se enormi passi avanti sono stati fatti dai tempi di Elsa. Purtroppo è ancora complicato per una donna decidere di essere sia madre che lavoratrice. Necessariamente questo comporta rinunce, scelte, calcoli. Ci sono donne che se perdono il lavoro a trentacinque anni e non hanno ancora avuto un figlio hanno meno possibilità di essere assunte nuovamente rispetto ad altre più giovani o più vecchie ma con figli, donne che ai colloqui di lavoro non portano la fede, o mentono rispetto alla loro relazione attuale, perché il dramma-maternità è sempre all’angolo e può influire molto su una nuova assunzione. Checché ne dicano viviamo ancora in un mondo profondamente maschilista, anche se in modo meno evidente che negli anni ’50, ma dove comunque una donna per avere un ruolo di potere o di responsabilità deve lottare tre volte più di un uomo e dove la parità sessuale è ancora un miraggio. Il corpo della donna è ancora alla mercé del pubblico maschile, sbandierato, abusato, messo in vetrina. Dobbiamo essere giovani, magre, senza peli, con un bel seno e un bel fondoschiena, accattivanti, appetibili, seduttive, sexy; simpatiche ma non troppo espansive-altrimenti diventiamo subito “donnacce”- e intelligenti non tanto da minare la sicurezza e la virilità maschile. Ecco, credo che in fondo siamo ancora ridotte a questo.

Tra poco ti vedremo nel film “Acqua di marzo”di cosa parla?

Acqua di marzo è l’opera seconda di Ciro De Caro ed è un progetto che aspettavamo di iniziare assieme da più di due anni, quindi molto atteso. È un film che parla di relazioni, amorose e familiari, con la delicatezza e l’ironia che contraddistingue le opere di Ciro. Nel film io interpreto Francesca, la compagna di Libero, protagonista della storia. Loro due sono una coppia che è giunta ad un momento di stallo poiché entrambi non hanno il coraggio di vedersi per quello che realmente sono come individui e di accettare i propri fallimenti. È un film che parla del coraggio di andare fino in fondo, delle piccole ipocrisie di cui ognuno si circonda e di come il tempo, prima o poi, ci metta tutti con le spalle al muro. È un film dove si ride e si piange allo stesso tempo e nel quale speriamo che tanti si possano riconoscere, con grande semplicità. Inoltre nel 2016 uscirà anche “My father Jack” il nuovo film di Tonino Zangardi, con me, Francesco Pannofino, Matteo Branciamore, Elisabetta Giorgi, Adolfo Margiotta e tanti altri. Un film di tutt’altro genere, un action-comedy, divertentissimo da girare visti cast e genere, dove la ricerca di un padre s’interseca con una vicenda mafiosa e tra equivoci e sparatorie se ne vedranno di tutti i colori.

Siamo a fine anno. Il tuo 2016 come sarà?

Questa è una domanda da fare a Paolo Fox più che a me! Sicuramente carico di aspettative… Mi auguro sarà un 2016 pieno di lavoro e di soddisfazioni come lo è stato questo 2015, ma soprattutto pieno di amore, serenità e famiglia. Insomma, comincio ad avere una certa età, è bene preoccuparsi anche di questo!

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